lundi 12 février 2018

Carlo Grassi, La comunità dei consumatori


Sommario: 1. Il sistema integrato delle immagini tecniche; 2. Per la xenofilia; 3. Der Waldgänger; 4. Il diritto alla fuga; 5. Fusione (e confusione) tra ricerca e obiettivo; 6. Particolarismo geografico e globalismo culturale; 7. Volere solo la libertà e non il comando;


1. Il sistema integrato delle immagini tecniche

«Il nomade che viaggia senza radici e senza casa  non  è  altro  che l'uomo della tecnica» (E. Jünger)

 L'universo sociale contemporaneo si è sviluppato in correlazione con un evento fondamentale: la proliferazione generalizzata delle immagini e del loro modello costitutivo in tutti gli ambiti dell'esperienza umana. Si tratta di ciò che può essere definito come il momento in cui la tecnica dispiega in tutta la sua potenza un'azione modellizzante di organizzazione strutturale del mondo. Confusamente assemblate nel panorama metropolitano, proposte singolarmente sui giornali o nei manifesti pubblicitari, offerte nel montaggio rapidissimo, disordinato e travolgente di una sequenza cinematografica o televisiva, le immagini tecniche risultano in grado di promuovere il proprio sistema di produzione sociale di realtà come modello universale: un sistema di strutturazione socio-antropologica in base al quale gli attori sociali, invece di servirsi delle immagini per orientarsi nel mondo, passano direttamente a vivere, desiderare, valutare, conoscere e agire per mezzo di esse. Tecnologie come la telematica, idonee a convogliare in un unico contesto immagini, suoni e parole, danno vita ad un complesso di collegamenti trasversali fra ricevitori, in grado d'interrompere l'interdizione millenaria che da sempre ha impedito alla maggior parte degli individui d'avere accesso alle forme istituzionalizzate della comunicazione sociale; di annientare i confini linguistici e geopolitici; d'inaugurare un inedito rapporto con il passato e con la tradizione; di proporre computer, televisione e tv-set come nuovi quadri sociali della memoria. Si comincia così a scoprire che le immagini tecniche non sono necessariamente portatrici di discorsi imperativi, ma, soprattutto, di dialoghi intersoggettivi. Identificando il discorso con il totalitarismo e il dialogo con la democrazia, possiamo constatare, allora, che la struttura comunicologica della nostra epoca rende concretamente presente una società cosmico-democratica, il villaggio globale di Mc Luhan: una situazione in cui la cultura del lavoro si è infranta sulle asperità umane del sociale e i conflitti tra fronti politici si sono sciolti nello scontro tra politica tutt'intera ed esistenza materiale della collettività. É sufficiente fare riferimento alla vita quotidiana di una qualsiasi metropoli per verificare che nello stesso spazio coesistono persone la cui differente provenienza non impedisce di coabitare, ma che non hanno necessariamente dei sistemi comuni di codificazione simbolico-normativa. La loro interazione attraversa più livelli di convenzioni comuni, ma mette anche in evidenza dei minimi o dei massimi d'indifferenza, di non contatto, di diffidenza e di conflitto aperto. Occorre, dunque, comprendere che le interruzioni nella comunicazione, le ostilità, le contese, i contrasti violenti o non violenti tra culture diverse e la coesistenza nella diffidenza non sono necessariamente negativi e possono costituire, invece, l'incongruità iniziale di un nuovo tipo d'incontro umano e di scambio sociosimbolico: una forma dei rapporti sociali che, grazie al sistema integrato delle immagini tecniche, può «aprire - e aprirsi a - quello spazio di libertà che coincide con un'inessenzialità irrimediabile: e cioè con nient'altro dalla propria esistenza. Essa conserva amorosamente le tracce del proprio "niente politico". Conserva e attende: anche l'ospite più inaspettato. Il più straniero; è anzi la sua terra.» (R. Esposito, p. 28) In un tale spazio di libertà le singolarità sociali possono rinunciare al conflitto o, almeno, trasformarlo radicalmente, costringerlo a divenire passivo: a mostrarsi sotto forma di scarto d'intensità, di pratica di resistenza, di strategia di alleanze e filiazioni, onde e corpuscoli, flussi e oggetti parziali, linee di fuga infinitesimali. In questo nuovo quadro, infatti, le dinamiche sociali sono portate a privilegiare dei beni e dei valori appartenenti a quello che Alfred Schütz chiamava «il mondo della vita». Dei beni e dei valori che non possono in alcun modo fungere da equivalenti generali per lo scambio, ma appartengono ad un ambito totalmente differente: quello delle verità personali e fisiche, della salute o del benessere psico-fisico di ciascun individuo. Entità che sono oggetto di continue negoziazioni di ognuno con se stesso e di ognuno con gli altri, ma non sono assolutamente ipostatizzabili in unità di misura commensurabili in modo omogeneo ed equivalente, né riducibili ad alcuna economia di mercato.


2. Per la xenofilia

«Anche noi, siamo dei rifugiati, abbiamo dovuto lasciarla, la nostra casa delle certezze, delle risposte a tutti i perché. Dove arriveremo? Quale oltremare? "Nowhere" vuol dire da nessuna parte. Ma questo "nowhere" contiene - now, here - "qui" e "ora". Un piccolo miracolo della lingua. É lì che si apre, forse, il nostro oltremare. Al di là del paese del nulla - nel paese del Qui, dell'Adesso.» (E. Tadini)

Anche nei termini di una riflessione sociologica sul rapporto tra media e potere, quindi, ciò che fa problema oggi è l'emergenza di un sistema comunicativo a vocazione planetaria. Tale sistema, fondato sulla supremazia del mostrare sul dire, sembra inaugurare dei nuovi criteri di mediazione simbolica in grado di favorire la messa in comune, la partecipazione, la condivisione: in una parola, dei modelli orchestrali di comunicazione. All'orizzonte di questo scenario c'è l'intersecazione tra il sapere occidentale e quello orientale: un movimento che ha vissuto tra i suoi recenti e più grandiosi passaggi il franare disastroso dell'Impero d'Oriente, il sistema del socialismo reale. I suoi caratteri principali sono:
1. Il fenomeno generalizzato delle emigrazioni.
2. La diffusione massiva di un plurilinguismo che, con una forza d'espansione inarrestabile, opera nella direzione di abbattere la maggior parte degli interdetti comunicativi che hanno assillato l'umanità fin dal tempo della caduta della torre di Babele.
3. La caduta dei confini geografici nazionali e l'implosione dell'istituto della nazione.
4. La dissoluzione della bussola geopolitica d'orientamento che divideva il mondo in est-ovest, nord-sud, centro-periferia, metropoli-suburbio.
«Qui si pone la questione intermediaria di sapere su chi far ricadere il lavoro umile nel caso di uno Stato universale. In questo Stato, a causa della sua natura, non ci possono essere né colonie né sfruttamento di granai, e nemmeno differenze tra lavoro dei "bianchi" e quello delle "popolazioni di colore" - tutti quei profitti che gli Stati altamente sviluppati hanno tratto sin dall'Antichità, grazie alla loro superiorità tecnica, militare e politica, delle messi e dei prodotti dei territori conquistati: in una parola, i vantaggi di un lavoro mal pagato o non pagato del tutto.  [...]   Che la questione dell'eliminazione del lavoro servile debba essere risolta con dei mezzi tecnici, quantitativamente attraverso lo sviluppo di robot e di automi, qualitativamente con un raffinamento ed una metamorfosi delle materie prime in modo tale che il loro obiettivo e la loro ampiezza sono ancora quasi inimmaginabili - ciò deve essere concepito come una delle imprese possibili tra molte altre, non come un progetto ma come uno dei mezzi del mondo in formazione. Questo proviene dall'apporto, dalla dote, della Figura dell'Operaio. L'obiettivo della tecnica è una spiritualizzazione della terra." (E. Jünger 2, p. 74)
All'epoca del dominazione compiuta della tecnica, la nozione di agire politico si deve, dunque, misurare con il tentativo di ricomposizione in nuclei problematici dei tre livelli fondamentali dove si esprimono con maggiore forza le spinte che contrastano la formazione del nuovo sistema-mondo nei termini dell'allargamento delle autonomie, dei diritti e delle pari reciprocità:
1. Il rapporto tra le differenti storie della civiltà che si sono articolate sia secondo ritmi diversi di crescita economica ed eterogenei sistemi produttivi che sulla base di discordanti valori di comunicazione, di scambio sociale e di orientamento culturale.
2. Il rapporto tra la natura umana e i sistemi sia ecologici che sociali.
3. Il rapporto tra natura e cultura, inconscio e coscienza, azione e retroazione, pulsioni e razionalità: in un orizzonte per il quale la specificità della natura umana non appare contrassegnata dalla contrapposizione tra uomo e mondo, ma dall'individuazione della posizione dell'uomo all'interno della natura stessa.
Per questo tentativo di riconciliazione è fondamentale l'inarrestabile progressione e diffusione della disposizione alla xenofilia, nonché della lotta in suo favore e in sua difesa. Questa disposizione, sorta dal seno della società immaginale, si anuncia come ciò che può agire da punto di riferimento e da indicatore capace di concatenare tra loro livelli differenti come la transizione e la rivoluzione o forme politiche diverse come quelle statali, le feudali e le arcaiche. Il campo di solidarietà dischiuso dalla xenofilia produce una nuova forma di soggettivazione collettiva in cui ogni soggetto, ogni elemento, ogni segmento si fa coscienza degli altri: salda se stesso e gli altri nel movimento relazionale dell'evento, dell'esperienza. Movimento di consumo in cui ciò che è consumato non è un oggetto, ma un rapporto: in cui, di conseguenza, il sé, nella sua coscienza-inconsciente, è sempre scisso dalla possibilità impossibile d'essere se stesso e altrui. Il sistema sociosimbolico di questo nuovo ordine induce l'uomo a confrontarsi radicalmente con il proprio corpo e ad entrare in una sorta di stato di ebbrezza nel quale le forze e le pulsioni che provengono dal suo interno lo spingono a smarrire la nettezza delle polarità soggetto-oggetto, reale-immaginario, essere-mondo, continuo-discontinuo. Posto in una tale condizione, l'uomo appare insieme soggetto che agisce e oggetto patito per l'azione, nello stesso tempo colui che crea e oggetto creato dalla sua stessa interpretazione-intervento che, a sua volta, si dispiega secondo una disposizione che gli dà la possibilità di oltrepassare la coscienza riflessiva del soggetto stesso per situarsi nella dimensione nell'inconscio-conscienza. Questo spazio è un luogo d'indiscernibilità e un luogo di scambi, dove le pulsioni agiscono ad un voltaggio più basso come delle protensività e come delle potenzialità, delle micro-intensità a forza e vettore variabili a carattere incoativo e ondulatorio. «Oltre che nel loro valore strumentale le cose ci potranno così apparire come testimonianza del lavoro umano, come espressione di una realtà culturale e come ricordo del passato. Potremo allora riconoscere il significato che le cose hanno assunto nella storia dell'esperienza umana, mettendoci in ascolto del linguaggio delle cose, senza sovrapporre ad esse una logica dettata solo dalla nostra avidità.  [...]   Anche in questo caso viene mostrandosi l'esigenza di riconoscere una dimensione d'alterità che, se da un lato, appare come un limite, dall'altro, costituisce, attraverso a richiesta d'attenzione a ciò che è fuori di noi, un momento de maturazione dell'esperienza esistenziale.   [...]   allora la responsabilità verso l'altro si manifesta come assoluto rispetto della sua differenza e debito infinito nei suoi confronti.» (F. Crespi, pp. 94, 95, 21) 


3. Der Waldgänger

«Poi è venuto il cinema e con la dinamite dei decimi di secondo ha fatto saltare in aria questo mondo simile a un carcere; così noi siamo ormai in grado di intraprendere tranquillamente avventurosi viaggi tra le sue sparse rovine.» (W. Benjamin )

La società immaginale, il mondo all'epoca dell'infinita proliferazione d'immagini addestra a scomporre l'insieme composito della realtà in scene o quadri: l'opacità della vita sociale diviene improvvisamente squarciata da finestre che schiudono delle aperture luminose e fantasmagoriche sull'estraneità del fuori. Un panorama d'immagini che, oltre ad ritagliare il mondo, inquadra anche il modo con il quale lo spettatore osserva lo spettacolo e, dunque, riporta continuamente gli oggetti di pensiero all'evento dell'averne fatto esperienza: all'interazione incessante tra il fuori e il dentro di sé, alla fusione d'esteriore e interiore che si realizza nella loro apprensione empirica. L'immagine tecnica infatti, per mezzo della propria inquadratura, guarda gli occhi stessi che la scrutano e questi occhi, per afferrarla, devono essere capaci di vincere e d'incorporare l'altro sguardo. In questa costellazione di figure, il movimento cinetico e la motilità di pensiero s'identificano in una perpetua confusione tra il sé come oggetto e l'oggetto in quanto altro da sé. Captare e manipolare un'immagine tecnica significa, pertanto, identificarsi negli altri, fare corpo con loro, impadronirsi d'un nuovo tempo che è al di là delle categorie passato-presente-futuro, comunicare con lo spazio nuovo d'un paesaggio che è al contempo esteriore e interiore: moltiplicare la propria identità nell'immagine dell'altro. Considerare il mondo come un panorama d'immagini causa la violenta insoddisfazione di vivere nei limiti d'un'unica personalità - passione per la maschera, il teatro, il travestimento - e, dunque, comporta un accrescimento dell'interesse per la condivisione d'identità con gli altri individui - formazione di gruppi e stile comunitario. Ciò che viene messo in causa è, dunque, il rapporto del soggetto sociale con se stesso e la possibilità per lui di riconoscersi in quanto soggetto indipendente e autonomo. Ciò che è prodotto dalla proliferazione d'immagini tecniche è, allora, la fascinazione per un sé moltiplicato dagli altri, assorbito da una presenza più ricca. Il che significa essere sempre e necessariamente esposti alla condizione di uno spossessamento radicale di se stessi, di un definitivo e perpetuo esilio: condizione che manda in frantumi l'unità stato-nazione-territorio e spezza risolutivamente l'identità uomo/cittadino e natività/nazionalità. L'esilio, infatti, si presenta come l'unico luogo in cui può scegliere di stabilire la propria dimora il Waldgänger: «Colui il quale nel corso degli eventi si è trovato isolato, senza patria, per vedersi infine consegnato all'annientamento», ma che, pure, è «deciso a opporre resistenza : il suo intento è dare battaglia, sia pure disperata.» (E. Jünger 1, pp. 41-42)
La xenofilia si espande a dismisura privilegiando invece della capacità di produrre linguaggio, cultura, utile, la facoltà umana di attingere al mito, alla magia, alla dismisura, al disordine: facendo leva su ciò che, per essere significante a livello collettivo, si sente come inintelligibile nello scambio comunicativo tra singoli. Sostenendosi non sul modello omogeneo della produzione, ma su quello eterogeneo della circolazione: sui molteplici binari della propagazione e del consumo. Un'eterogeneità che serve a preparare il mondo, successivamente alla scomparsa del quadro geopolitico disegnato a Yalta sulla polarità est/ovest, non più alla guerra contro il nemico e all'obbedienza; ma all'autonomia dei singoli individui ed all'integrazione delle etnie, delle razze, delle classi, che ne compongono il nuovo mosaico. Un'eterogeneità che s'instaura a partire dal suo essere situata nel non-luogo dell'esilio, che detiene in sé come suo irrinunciabile valore quello dell'assenza di ogni patria, che mantiene come proprio inesauribile compito l'assoluta non appartenenza a null'altro che alla propria ex-sistenza. Un'eterogeneità che genera dispositivi di coesione «tra individui che si identificano molto l'uno nell'altro (si innamorano anche), ma non si identificano più in nessunissimo capo» (G. Celati, p. 162): un'eterogeneità che non si riconosce in nessunissimo capo, ne padre, ne testa, ma solo in quell'orizzonte di socialità che Georges Bataille descriveva come di adesione al carattere acefalo dell'esistenza. Questo esilio deve essere inteso, dunque, non solo come perdità della casa, Heim, o della patria, Heimat; ma, soprattutto, come spazio ex-île, territorio all'interno del quale non è più possibile godere delle garanzie della polis: luogo eterotopico in cui si può vivere senza essere sottomessi alle regole del gioco che vigono nella polis, «Luoghi solitamente effimeri (o adatti a migrazioni periodiche), in cui il flusso narcisistico del protagonismo individuale e collettivo privilegia una condizione "corporale", fisicamente disinibita, e ama la casualità dei travestimenti (contro il tempo e lo spazio), indulgendo con più piacere verso i linguaggi "tribali", realizzati e garantiti proprio dall'alto livello di "sofisticazione" tecnologica». Luoghi «in cui abbiamo la misura espressiva di un "popolo" radicalmente creato ed educato dai media, ibrido dal punto di vista sociale per quanto attiene all'origine, ma certamente non per quanto riguarda il gusto e il comportamento, insomma l'immaginazione.» (A. Abruzzese, pp. 109-10) Luoghi che si presentano, seppure solo come orizzonte e come limite, cioè nel loro essere assenti, inoperosi, inconfessabili; come l'unica patria possibile in un mondo dove le potenzialità che offrono i mezzi di comunicazione di massa hanno aperto la strada all'assoluta autonomia delle singolarità, ma anche alla loro vertiginosa integrazione. Delle possibilità, quelle promosse dai mass-media, che operano sia da un punto di vista letterale, cioè come forme di orientamento che sollecitano grandi masse a trasferirsi dal proprio luogo di nascita per installarsi momentaneamente o durevolmente non importa dove; sia da un punto di vista immaginario e simbolico, cioè come libero accesso al conoscere e al comunicare con luoghi altri, culture eterogenee ed esseri umani che risiedono o provengono da ogni parte del sistema-mondo; sia da un punto di vista artificiale o virtuale, cioè come possibilità di oltrepassare le coordinate spazio-temporali sottoposte alle leggi della fisica e attraversare gli spazi ipotetici dell'elettronica. La possibilità di conoscere e di poter comunicare con gli altri senza pregiudizi d'alcun tipo pongono, da un lato, la questione fondamentale dell'incontro tra le civiltà occidentali e quelle orientali: la possibilità sempre meno utopica e più vicina di un nuovo matrimonio tra Alessandro Magno e Rossana nel quale possa essere celebratata un'altra volta la fusione fisica, intellettuale e sentimentale, tra l'Europa e l'Asia. E, d'altro lato, impongono all'ordine del giorno la fuoriscita dall'egemonia esercitata dai popoli di pelle bianca su quelli di colore.
Di fronte a questa carta strategica dell'attualità, procediamo ad un'analisi delle possibilità inscritte in essa con la segreta speranza di pesare sulla scelta dei combattenti. Perché, dunque, i grandi sconvolgimenti in atto continuino a procedere nella direzione indicata, è necessario nutrire il più possibile la disposizione della e alla xenofilia e, per fare ciò, appare come ancora più necessario decidersi in favore della condizione di un definitivo e perpetuo esilio.


4. Il diritto alla fuga

«Fuggire non significa affatto rinunciare alle azioni, non c'è niente di più attivo di una fuga.   [...]   Il grande errore, il solo errore, sarebbe quello di credere che una linea di fuga consista nel fuggire la vita. Ma fuggire al contrario significa produrre del reale, creare vita. In un certo modo si può dire che, in una società, quel che è primario sono le linee, i movimenti di fuga. Queste, infatti, lungi dal costituire una fuga fuori dal sociale, lungi dall'essere utopiche o  anche ideologiche, sono invece costitutive del campo sociale, di cui tracciano la pendenza e le frontiere, tutto il divenire.» (G. Deleuze)

Le procedure in cui si articolano l'espansione e la contrazione del bisogno di ordine o di disordine stabiliscono la base di un regolato sviluppo della dinamica sociobiologica attraverso la possibilità di tenere in equilibrio delle spinte opposte le une alle altre: per mezzo, cioè, della produzione di sistemi omeostatici relativi a dinamiche equilibrantesi per autocorrezioni successive mediante fluttuazioni o catastrofi, oppure squilibrantesi definitivamente in una spirale che le porta alla distruzione totale. Ma, naturalmente, come ha scritto Rudolf Arhneim: «l'equilibrio omeostatico consente certo di vivere, ma poco contribuisce a vivere bene». (R. Arnheim, p. 67) Dunque, se la necessità comporta uno sforzo e una tensione diretti verso l'equilibrio, verso la sopravvivenza, è il superfluo che permette di valorizzare la libertà singola e collettiva e, quest'ultimo, è figlio del contingente, dell'improbabile, del disordine. Allora, la lotta in favore della xenofilia, cioè a sostegno della possibilità di trasformare la spinta implosiva relativa alla continua aggressione rappresentata dall'ineguaglianza reale - la coercizione all'omogeneizzazione di ritmi temporali e di modelli di produzione sociosimbolica sulla scala del sistema-mondo - in vettori di attività e di energia che rimandino a forme d'interazione liberamente scelte, può essere data solo dalla capacità di volgersi verso la fuga o verso la lotta, verso la fuga e verso la lotta: dispositivi che sono suscettibili, attraverso il détournement spaziale-intervento sul sistema sociale in vista di una sua modificazione, di creare eventi, situazioni, alea, imprevedibilità. In effetti, come ha scritto Albert Hirschmann: «Gli attori sociali hanno generalmente la scelta tra due modalità d'azione per lottare»: «si tratta, in primo luogo, della defezione (exit), cioè l'abbandono della relazione nella quale s'interviene in quanto acquirente di una merce o in quanto membro di un'organizzazione, che sia un'impresa, una famiglia, un partito politico o uno Stato; e, in secondo luogo, della protesta (voice), cioè il tentativo di correggere e migliorare questa stessa relazione esponendo le proprie rimostranze, contestazioni e rivendicazioni.  [...]   Fare defezione significa disimpegnarsi da una relazione stabilita con una persona o una organizzazione. Se questa relazione risponde ad una funzione vitale, il ritiro non è possibile che se si ha il modo di riannodare un legame analogo con un'altra persona o un'altra organizzazione. [...]  Inoltre, frequentemente è necessario coniugare gli sforzi di numerose persone perché la protesta sia efficace e, dunque, il suo successo dipende dalle possibilità di realizzazione di un'azione collettiva. Malgrado queste difficoltà, la protesta esiste o, per meglio dire, essa è arrivata ad esistere. La sua storia è, in larga misura, quella del diritto di criticare l'autorità, delle salvaguardie giudiziarie, della protezione contro le rappresaglie (il voto segreto, ad esempio); è anche quella dell'ascesa dei sindacati e delle associazioni di utenti o di consumatori. Queste organizzazioni hanno la funzione di fare intendere la voce di gruppi o d'individui che una volta erano ridotti al silenzio. Parallelamente, la storia del diritto alla defezione è quella dell'allargamento del mercato, del diritto alla libera circolazione, all'emigrazione, all'obiezione di coscienza, al divorzio, ecc.» (A. Hirschman, pp. 57-58-60) É importante sottolineare come la minaccia o la semplice consapevolezza che una defezione è possibile conferiscano una forza ed una sicurezza nuove alla protesta. Oggigiorno, dunque, la coscienza diffusa che la possibilità di defezione consolidi enormemente la forza di chi si oppone, dona un'importanza sempre crescente al diritto di fuga e al fatto che esso debba essere garantito in pari misura di quello di parola, di contestazione o di replica. Nel contesto attuale, infatti, la possibilità di lasciare una città, una regione o un continente, è divenuta un elemento capitale della sfera di agire politico con cui, a giusto titolo, si misura ciascun individuo del villaggio globale. Prospettiva, questa, che pone una nuova legittimità alla domanda di apertura delle frontiere, di riduzione dei costi relativi ai mezzi di trasporto e di comunicazione, di ampliamento della libera circolazione economica, di estensione della tolleranza religiosa, di espansione dell'autonomia politica: parole d'ordine che, seppure in modo discontinuo, stanno entrando di viva forza nel panorama rivendicativo ovunque nel mondo. Questo processo va difeso e alimentato con tutte le forze disponibili, cioè sia con quelle dell'intelligenza, sia con quelle del cuore. I dispositivi che fanno capo a lotta e a fuga, o, come dice Hirschmann, a voice  ed a exit, sono delle procedure capaci di opporre al tempo della ripetizione, della perpetuazione, della riproduzione, il tempo della resistenza, del mutamento, del nuovo. Un tempo che detiene la forza d'innescare un processo metaforico d'emergenza: un salto discontinuo tra livelli disomogenei di organizzazione che implica la capacità non solo di raggiungere lo scopo, rispondere alle aggressioni; ma anche di cambiare scopo, di aprirsi al principio eterogeneizzante della tradizione del nuovo, del futuro anteriore, la cui finalità risiede nel voler ridurre il quantum di malessere, d'infelicità, di angoscia, di odio, che pesa sull'essere umano.


5. Fusione (e confusione) tra ricerca e obiettivo

«In effetti, se il XIX sec. declinante e gli inizi del XX hanno visto l'avvento del veicolo automobile, veicolo dinamico, ferroviario, stradale quindi aereo, sembra proprio che la fine dell secolo annunci un'ultima mutazione, con la prossima venuta del veicolo audiovisuale, veicolo statico, sostituto dei nostri spostamenti fisici e prolungamento dell'inerzia domiciliare: un'inerzia che sta al paesaggio percorso come il fermo-immagine sta al film.» (P. Virilio)

Con l'irremissibile dissolvimento dello Stato Leviatano, nazionale o sovranazionale che sia, viene a cadere anche il sistema logico nutritosi sulla giustapposizione e la rappresentabilità reciproca della forma nuove soggettività sociali contro la forma-stato, della formazione atomistica contro quella per gruppi, del molecolare contro il molare: per comprendere bene come «quella odierna è una società senza vertice e senza centro». (N. Luhmann, p.164)  A questo sistema se ne sostituisce un altro articolantesi sulla complessa negoziazione sistemica tra istanze religiose, metafisiche, politiche ed economiche; nonché su di una forma del sapere sociale di tipo circolare e autoreferenziale. In tale circolarità, i differenti ordini dell'individuale, collettivo, locale e globale coesistono in un unico corpo e non sono più in opposizione. I conflitti, quindi, si spostano su di un altro terreno: sulla giustapposizione tra creazione di senso e valori socialmente condivisi, indeterminatezza dell'agire come evento e determinatezza dei significati e delle norme condivise. All'interno di questi antagonismi, il punto cruciale si situa nell'incontro-scontro tra il dinamismo autopoietico dei singoli segmenti sociali e la loro necessaria interdipendenza che tende a strutturarli in configurazioni più o meno stabili ed equilibrate: in trame stabili d'interazione. Ad una estremità, infatti, ci sono le istituzioni: che fungono da forza d'inerzia che ostacola, ma anche ratifica i mutamenti sociali. Ad un'altra estremità ci sono, invece, le pratiche sociali minime, che agiscono nei termini di depositarie dei possibili futuri, di limite e orizzonte del nuovo, del diverso, del domani. Ne risultano evidenziate e messe in valore delle pratiche comunicative che acquisiscono senso solo sulla base delle loro interazioni con i processi relativi ai molteplici teatri d'operazione in cui di volta in volta si trovano ad operare. Scenario all'interno del quale gli «unici elementi avvertiti come universalizzabili sono l'amore e la morte, la gioia e la sofferenza, lo "star bene" e lo "star male", cioè l'universo emozionale cui fa riferimento un film di cassetta o una buona campagna pubblicitaria.» (Alberto Abruzzese, p. 107) Le pratiche di cui si parla stabiliscono dei livelli minimali d'interazione sociale che si fondano su di un grado bassissimo d'intervento - il semplice innesco di una resistenza - e s'istituiscono come delle situazioni circolari: come delle strategie complesse a effetti multipli il cui perno principale viene rilevato a partire dal punto d'incontro in cui si manifesta la possibilità per delle persone di stare insieme. In questo tipo tipo di pratiche, in cui i differenti attori lavorano all'elaborazione di spazi comuni, si possono vedere apparire dei processi sociali di raccordo, fondati sulla non competizione, che presuppongono l'instaurazione di distanze tra gli individui solo nei termini di spazi di gioco e di linee di fuga. Il profilo di circoscrizione di questo campo è di primaria importanza perché designa l'unico livello sul quale possono incontrarsi e comunicare tra loro Occidente, Oriente, Nord e Sud del mondo: si tratta di un modello che si dispiega come una sorgente opaca in grado di generare una corrente di socialità in cui «sono possibili certamente dei conflitti, e anzi, la soluzione di quelli personali, interpersonali e situazionali è la posta in gioco delle varie strategie, ma in cui la conflittualità è definita all'interno di relazioni dove il diritto alla differenza, all'invisibilità e la possibilità di fuoriuscita» appare garantito prima di ogni altra cosa. (A. Dal Lago, p. 16) Un sistema di relazioni che opera con dei beni e dei valori la cui portata non partecipa della dimensione progressiva, relativa alla civiltà, ma di quella primitiva, relativa al vivente. Si tratta, infatti, di beni e valori «appartenenti alla sfera privata e intraducibili in moneta (o di cui il valore monetario costituisce una rappresentazione riduttiva), come l'equilibrio della famiglia, l'educazione dei figli, la sicurezza o la gestione dell'insicurezza, in una parola l'arte di vivere.» (A. Dal Lago,  p.17) Questi di cui si parla sono dei beni e dei valori che, non solo si differenziano da quelli relativi alla ricchezza monetaria, ma anche si oppongono ad essi e vi si sostituscono. E che, inoltre, possono appartenere solo a coloro i quali, per aver rinunciato ad aderire al regime tradizionale di equivalenza nel rapporto tempo-denaro e in quello costi-benefici, sono inscritti volontariamente o involontariamente all'interno del sistema che Albert Hirschman ha chiamato della «fusione (e confusione) tra ricerca e obiettivo, altrettanto bene che il desiderio d'investire nell'identità individuale o nell'identità di gruppo.» (A. Hirschman, p. 150). Nel tipo di dinamiche di coesione di cui si tratta, è all'opera la particolare forma di scambio simbolico che concerne la sfera dei guadagni sociali: è, infatti, attraverso lo speciale oggetto di negoziazione in gioco in questa peculiare specie di terreno che queste dinamiche, grazie alla facoltà della previsione creativa, hanno potuto fare breccia nella società fino ad instaurare nuovi modelli relazionali di comportamento ed una nuova razionalità dell'azione collettiva.

6. Particolarismo geografico e globalismo culturale

«Vaclav Havel non perde occasione per sostenere la necessità di entità politiche sovranazionali, ma al tempo stesso insiste sulla necessità che venga incondizionatamente riconosciuto il diritto di tutte le nazioni a decidere della propria sorte.  [...]   Non si rifiuta all'altro ciò che un tempo si è reclamato per sé. Non si ha il diritto di essere arroganti quando si è provato cosa significhi essere vittime dell'arroganza.» (M. Kundera)

Nell'oggi, dunque, riguardo allo scontro tra politica tutt'intera ed esistenza materiale della collettività, è possibile intravedere già distintamente i contorni di una nuova dinamica che si mette decisamente in luce. Da un lato, si vedono le differenti popolazioni mescolarsi senza sosta le une con le altre attraverso matrimoni misti sempre più frequenti: con rapidi avanzamenti e bruschi ritorni indietro, l'esogamia non pone quasi più problema a nessuna cultura del sistema-mondo. D'altro lato, si percepisce chiaramente come l'estrema mobilità del lavoro e l'emigrazione di massa hanno travolto le abitudini tradizionali di vicinato. Da un terzo lato, si diffonde su scala sempre più vasta il passaggio dal modello di legittimità dei sistemi politici «fondato sul Volk», in cui l'identità del popolo «trascende non solo i singoli cittadini, ma lo stesso aggregato di tutti i cittadini in un dato momento»; o di tipo ideologico, all'interno del quale «un partito politico interpreta il corso d'azione necessario per realizzare la società giusta»; ad uno stadio pluralista: in cui, cioè, «la legittimazione viene dalla soddisfazione degli interessi che costituiscono il popolo». (A. Pizzorno p. 150) Modello che promuove «Lo sviluppo di uno stile politico pluralista e secolarizzato, con il suo accento sulla negoziabilità di tutti gli obiettivi, la perdita di definizione ideologica subita dai partiti, e l'abbandono delle identificazioni nazionalistiche». (A. Pizzorno p. 154) Da un quarto lato, si deve assumere come un dato di fatto il fondamentale emergere di un plurilinguismo diffuso la cui continua espansione permetterà sempre di più a tutti i singoli individui di comunicare al di fuori del limite obbligato del proprio paese e della propria cultura di origine.
Il fenomeno del plurilinguismo risulta come veramente determinante e decisivo per lo scenario che qui si sta disegnando. Infatti, lungo molti secoli è stata perseguita la realizzazione di quello che può essere definito come uno dei miti fondatori dell'Occidente. Il mito cui si fa riferimento riguarda il tentativo di rimettere in piedi la torre di Babele: il tentativo di costruzione artificiale di lingue universali che potessero far comunicare tra loro esseri umani provenienti da aree geografiche diverse e depositari di culture differenti. Il sogno di coniare una lingua universale artificiale, cioè un linguaggio cosiddetto a posteriori, o di ritrovare una lingua matrice che fosse all'origine di tutte le lingue, un linguaggio a priori - come quello relativo alle strutture profonde di Noam Chomsky - è stato presente lungo la storia dell'umanità a partire da ancora prima dell'epoca della creazione del mito di Orfeo - il quale, secondo la leggenda, poteva comunicare persino con le bestie selvagge della foresta - e fino a dopo l'invenzione, nel secolo scorso, dell'esperanto. Le innumerevoli ricerche che sono state sollecitate da questo mito, nonostante non siano mai approdate all'obiettivo auspicato, non sono state del tutto inutili perché si sono risolte in un'intensa riflessione sul linguaggio umano e alcune di queste lingue astratte, coniate soprattutto nell'attuale millennio, sono state prese in considerazione da chi lavora sull'intelligenza artificiale per la costruzione dei linguaggi informatici: seppure al prezzo dell'abbandono di qualsiasi opzione semantica e dell'essere considerate solo come corpi di regole in grado di manipolare delle grandezze statistiche astratte qualificanti un messaggio indipendentemente dal suo significato. In ogni caso, quello presente è il momento in cui questo mito appare drasticamente interrotto e risulta definitivamente assodato come l'unica universalità di linguaggio sia quella insita nella capacità umana di apprendere non una sola ma molteplici lingue: non solo la lingua materna o naturale, ma anche tutte le altre lingue parlate nel mondo, persino quelle morte. Certo, si deve sottolineare che con l'avanzare dell'età questa capacità di apprendimento tende a diminuire di molto; ma, ancora più sicuramente, si può dire che le possibilità di comunicare con esseri umani di culture differenti sono solo due: la trasmissione d'informazioni veicolata dal mostrare, cioè mediata dall'atto di esporre o di esporsi - le immagini, i gesti, ecc. - e quella di sfruttare la facoltà del plurilinguismo: la facoltà di apprendere, insieme alla lingua materna, anche altre lingue, nella misura delle possibilità e dell'interesse di ciascuno. In relazione al manifestarsi di questo insieme di avvenimenti di cui si è detto, l'insorgere simultaneo, in molteplici zone del mondo, degli attuali particolarismi geografici e di forme diffuse di regionalismo, segna non l'argine ma, in un certo senso, l'emergenza stessa del suo spedito procedere: un modo di procedere che spinge in direzione dell'adozione di forme politiche di tipo confederativo. Infatti, questo rafforzarsi di spinte localistiche deve essere interpretato, da un punto di vista diacronico, come il processo correlato alla necessità di sottrarsi al fantasma della decisione politica così com'era intesa nell'epoca industriale e nel vecchio sistema degli stati sovrani nazionali. Decisione che si giocava tutta a partire da una volontà irradiantesi in cerchi concentrici da parte di un nucleo monopolizzatore verso la periferia degli interessi dei singoli soggetti sociali considerati come agenti politici solo in quanto interlocutori: cioè nell' esclusiva logica della loro forza consensuale di volta in volta prestata ad una o ad un'altra faccia del poliedro centrale. In questa nuova situazione, dunque, la nozione di nazione finisce per dissolversi e, la connessione transitoria tra ethnos e demos, sul sostegno della quale si era fondato il nucleo mitico e politico sia delle aggregazioni nazionali che della legittimità ad autoriprodursi da parte della forma moderna di Stato, tende a scomparire.


7. Volere solo la libertà e non il comando

«Volere è in se stesso comandare.» (F. Nietzsche)

Tirando le fila di questa riflessione, si può dire che «Il luogo della libertà è ben diverso dalla semplice opposizione, e non si trova neppure mediante la fuga. Noi a questo luogo abbiamo dato il nome di bosco.  [...]    In questo mondo noi riconosciamo la libertà del singolo nel suo passaggio al bosco. E non si può descrivere altresì la difficoltà di essere un singolo in questo mondo.» (E. Jünger 1, p. 29) Dunque, l'orizzonte dell'agire politico nella nostra epoca prende corpo, in un certo senso, proprio nella possibilità delle singolarità sociali di divenire Waldgänger, letteralmente nel loro poter passare al bosco, ritrarsi nella foresta, darsi alla macchia: «trasmigrare in un ordine diverso, invisibile, che abbiamo individuato come l'ordine di quelli che passano al bosco.» (E. Jünger 1, p. 51.) Ora, «il bosco è ovunque, anche nei sobborghi di una metropoli.» (E. Jünger 1, p. 81) Ma, ciò che lo caratterizza come tale è che esso designa un luogo in quanto al suo interno risiede una Lichtung: in cui, cioè, è possibile l'aprirsi di una radura. L'improvviso schiudersi dello spazio luminoso affogato nel buio che contrassegna la dimensione immaginale: lo spalancarsi, tra le pieghe opache dell'oscurità, di un fascio abbagliante di luce che, nonostante accechi, dona un'illuminazione profana. Lì dove, nella notte che è anche un sole, si rende possibile fin nella sua irrealizzabilità e nella sua inoperabilità, quell' eterogeneità dell'esistenza che permette un agire scevro dalla sottomissione all'utilità, alla performatività, al profitto: un agire sovrano. «In fondo al bosco, come nella stanza in cui i due amanti si spogliano, il riso e la poesia si liberano. Fuori dal bosco come fuori dalla stanza, si ricerca l'azione utile, alla quale ogni uomo appartiene. Ma ogni uomo, morendo vi si sottrae... La mia follia nel bosco regna sovrana... Chi potrebbe sopprimere la morte? Dò fuoco al bosco, le fiamme del riso sfavillano.» (G. Bataille, p. 157) Istruiti dalla vita di bosco e dal buio che è anche una luce, si è, dunque, finalmente e indefinitivamente pronti per quella disposizione insieme arcaica e futuribile che Hans Blumemberg descrive come di adesione a «l'esperienza della libertà dallo scopo»: «La vita richiede utilità, però concede ai suoi favoriti l'esperienza della libertà dallo scopo. É da qui che nasce ogni civiltà. Già nelle sue manifestazioni più primitive, negli ornamenti come nella decorazione sugli oggetti d'uso, è contenuto il gesto dell'acquisto della libertà dallo scopo, della sospensione dell'economia. Dall' esitazione come momentanea perplessità, come pura utilizzazione di un rinvio, può nascere la condizione che ha un valore di vita diverso da quello dell'esame delle scelte.» (H. Blumemberg, p. 7) Presso un tale ordine diverso e invisibile, all'interno di un tale sistema in cui si è in grado di sottrarsi al lavoro e all'azione utile, diviene in un certo senso possibile l'atto sovrano di «operare come degli artisti», secondo un'indicazione offerta da Michel de Certau. Operare come degli artisti significa distinguere un'utilità di processo da un'utilità d'obiettivo, sostenere il primato dell'immaginario sul reale e rifiutare di sussistere nella dimensione del dover essere: restare nel campo di forza dell'attuale senza riconoscere né debiti al passato né speranze di redenzione al futuro. Infatti, la società immaginale, promuovendo la separazione della volontà dalla realizzazione dell'obiettivo, dà l'opportunità per una nuova e più ricca libertà poiché, in seguito a questa scissione, la volontà perde la sua attitudine all'imposizione e al comando. «Volere solo la libertà e non il comando» non è nient'altro che la xenofilia realizzata: ciò che permette di pensare tutti gli altri uomini con amicizia e comprensione. Questo accade quando «l'idea di una maggiore libertà non ha da attraversare la morte del tiranno. Il tiranno non si può uccidere quando il tiranno è la stessa quantità degli uomini senza poesia e senza pensiero. Che sia la mancanza di poesia e di pensiero, il tiranno, è già questa la libertà, se porta a pensare la poesia e il pensiero come possibilità politica. La politica come poesia e pensiero è l'immaginazione del ritornare di questa stessa libertà insufficiente di cui poter desiderare un allargamento, del suo ritornare senza tiranni, del suo non venire trascinata nella necessità di un fine.» (R. Bordiga, p. 150; cfr. anche V. Nabokov 1938)




Bibliografia


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H. Blumemberg, Nachdenklichkeit [1980], tr. it. di L. Ritter Santini Pensosità, Elitropia, Reggio Emilia 1981.
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A. Dal Lago, Metamorfosi del  sociale  e strategie di assoggettamento, in «aut aut», nuova serie, Sull'immagine postmoderna, 179-180, La Nuova Italia, Milano 1980.
G. DeleuzeDivenire  rivoluzionario  e creazioni politiche, in  «Marka -  Rivista di confine»,  28, La felicità di  tutti -  La politica e il volto, Editrice Montefeltro, Urbino 1990.
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E. Jünger 1, Der Waldgang [1951], tr. it. di F. Bovoli, Trattato del ribelle, Adelphi, Milano 1991.
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V. Nabokov, Istreblenie tiranov [1938], tr. fr. di G.-H. Durand, dall'ed. american, Tyrants destroyed [1956], L'extermination des tyrans, Julliard, U.G.E. 10/18, Paris 1977.
A. Pizzorno, Identità e interesse [1978], in Loredana Sciolla ed., Identità - Percorsi di analisi in sociologia, Rosenberg & Sellier, Torino 1983.
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P. Virilio, Le dernier véhicule [1987], tr. it. di G. Paci e M.-L. Stazio, L'ultimo veicolo, in A. Abruzzese e A. Piromallo edd., Videoculture di fine secolo, Liguori, Napoli 1989.

dimanche 11 février 2018

FRENCH PHILOSOPHY AND LAW, Westminster University Press, 2018-2021

We begin with the publication of Dies Irae by Jean-Luc Nancy, edition, foreword and traslation by Carlo Grassi.

The others are the following-up titles, since the idea behind this project is a sustained book series with translations into English of important but mostly untranslated major French sociology and philosophy texts.


1) EDITORS

Carlo Grassi
Angela Condello
Andreas Philippopoulos-Mihalopoulos


2) series

1. (June 2018) Jean-Luc Nancy, Dies Irae (1985), 50 pages (100.000 characters), edition, foreword and traslation by Carlo Grassi. What does it mean to judge when there is no general and universal norm to define what is rights and what is wrong? Can laws be absent or is law always necessary?
2.  (december 2018) Jean-François Lyotard, Judiciousness in dispute, (1985), 50 pages (100.000 characters), edition, foreword and traslation by Angela Condello. Lyotard faces the faculty of judgement and connects it with jurisprudence. Kant describes a conflict among the different theories of knowledge. A productive conflict whose emergence is the origin of a renewal: it awakens the spirit and it leads it to think critically. It is not possible, nor desirable, to substitute the battle field with the court and to subordinate the individual interests to the general logic of argumentation, because the synthesis of the different voices might imply totalitarianism and the end of the différend might correspond to the beginning of terror.
3.  (June 2019) Maurice Blanchot, Literature and the right to death (1947), 40 pages (80.000 characters), edition, foreword and traslation by Andreas Philippopoulos-Mihalopoulos. Language has the power to decide on life and death: metaphors, and legal metaphors in particular, shape and inform our life. This metaphorical power dominates subjects and activates their relationship with life and reality.
4.  (december 2019) Pierre Klossowski, The evil and the denial of the other in the Sade's work (1934), 30 pages (60.000 characters); Pierre Klossowski, Who is My Neighbor, (1938), 22 pages (44.000 characters); Georges Bataille, Reflections about hangman and victim (1942), 6 pages (12.000 characters); edition, foreword and traslation by Carlo Grassi. By acting in the name of the State, law represents an ambivalent instrument that betrays and iterates the force and the violence on which the State is grounded.
5.  (June 2020) Jean Carbonnier, The hypothesis of Not-Law (1963), 23 pages (46.000 characters), edition, foreword and traslation by Andreas Philippopoulos-Mihalopoulos.
6.  (december 2020) Florence Dupont, La scène juridique, 1977,  8689 words, edition, foreword and traslation by Angela Condello. Unlike in Athens, where tragedy is part of the social order, in Ancient Rome, those who perform in the theatre have no civil rights, and theatre spaces are dissociated from social, juridical and political institutions. Roman tragedy represents juridical institutions such as the confession in order to show aspects of it that otherwise would remain secret and obscure.
7. (June 2021) Nicole Loraux, La main d'Antigone, 17347 words, edition, foreword and traslation by Carlo Grassi.  Both Dupont and Loraux are quoted by Lyotard, Nancy about judgement and these texts give interesting insights on the relationship between law and justice.


3) Editors’ Bios

Carlo Grassi is Associate Professor of Sociology of Culture and Communication at the University Iuav, IUAV University Venice, Architecture and Arts.Venice, Italy. He is ordinary member of AIS, Italian Association of Sociology. He taught in France, EHESS and University of Paris North; and in Italy, Luiss and Sapienza. He has been awarded the 2009 Napoletani Eccellenti nel Mondo for his scientific works by the Italian President of the Council of Ministers. His research activities include artistic practice in history, archaic philosophy, roman law, sociology of law, theory of sovereignty, renaissance studies, Dadaism and philosophy of the Avant-Garde, media studies. His Academic books are La macchina e il caso (The camera and the chance), 1995, Le appareil et le hazard, french edition 2012; Tempo e spazio nel cinema (Time and space in the cinema), 1998; Non Sapere. Georges Bataille sociologo della conoscenza (Not knowledge. Georges Bataille as sociologist), 1998; Sociologia della comunicazione (Communication sociology), 2002; La communauté des usagers. De la réalité augmentée au réseautage social (The prosumers community. From the augmented reality to the networking), 2012; Sociologia della cultura tra critica e clinica (Sociology of culture between critic and clinic), 2012; Progettazione e produzione delle arti in quanto azione sociale. Dall’arte popolare all’industria transmediale (Design and production of artworks as social action. From popular art to transmedia industry), 2012. He edited and translated the book Georges Bataille, Conferenze sul non sapere e altri scritti (Conferences about not knowledge and others writings), and published papers on many collective books and on the scientific reviews «Art and Artifacts in Movie – Technology Aesthetics Communication», «Cahiers de l'Imaginaire», «Media Philosophy», «Mediterranean Journal of Human Rights», «Meridione – Sud e Nord del Mondo», «Rivista di Estetica», «Sociétés», «Sociologia del Diritto», «Teatro Pubblico».

Angela Condello is Adjunct Professor (Jean Monnet Module “Cultures of Normativity” 2017-2010) at the Deparment of Philosophy of the University of Torino where she also directs LabOnt Law and coordinates the Jean Monnet Project “I work, therefore I am European” (http://labont.it/i-work-therefore-i-am-european). She is Research Fellow at the Law Department of Roma Tre where she has been teaching Law and Humanities since 2013.
Starting from December 2018, she will be a member of the Westminster Law and Theory Lab directed by Prof. Philippopoulos-Mihalopoulos. She obtained her PhD in 2013 in legal philosophy (Roma Tre). She created and teaches a course on law and gender at Roma Tre for which she got a teaching award. She worked as of 2013 - and she currently cooperates - with the Human Rights Committee of the Italian Senate of the Republic. In 2015, she has been awarded with a Fernand Braudel Fellowship to conduct research on exemplarity between law and philosophy at the CENJ at the EHESS in Paris. In 2014, she was a Fellow at the Käte Hamburger Center for Advanced Study in the Humanities “Law as Culture”. In 2015 and 2016 she was Guest Professor (Law and Humanities) at the Law School of the University of Ghent. She has organized the International Roundtables for the Semiotics of Law (New York 2017, together with Prof. Goodrich at Cardozo Law School and Turin 2018, with LabOnt and Turin Law School) and is a member of the following editorial boards: Law Text Culture, Law and Literature, International Journal for the Semiotics of Law, Rivista di Estetica (for which she is editing an issue on law and the faculty of judgment). She has published widely on analogy and exemplarity in legal discourse, on law and literature and law and humanities with a special focus on new perspectives on law and language. Her writings have a appeared on: Politica del diritto, Mélanges de l’école française de Rome, Ratio Juris, Journal of Law and Society, International Journal for Semiotics of Law, Semiotica. She co-edited with Carlo Grassi a special issue of Rivista di Estetica on law and the faculty of judegment (2017) and one for Law and Literature on the normativity of exemplarity. Her book Analogica. Il doppio legame tra diritto e analogia in forthcoming with Quodlibet (early 2018). In January 2018 will appear, for Einaudi, Il denaro e i suoi inganni, by John Searle and Maurizio Ferraris, edited by and with an essay by Angela Condello. The edited volume Sensing the Nation’s Law. Historical Inquiries into the Aesthetics of Democratic Legitimacy (Springer) is in press (eds Mark Antaki, Angela Condello, Stefan Huygebaert, Sarah Marusek).

Andreas Philippopoulos-Mihalopoulos, LLB, LLM, PhD, is Professor of Law & Theory at the University of Westminster, and founder and Director of The Westminster Law & Theory Lab. He is regularly invited to talk in institutions around the world and holds permanent professorial affiliations with the Centre for Politics, Management and Philosophy, Copenhagen Business School since 2006, and the University Institute of Architecture, Venice since 2009. Andreas has been awarded the 2011 OUP National Award for the Law Teacher of the Year, and has since been invited to join the Judging Committee. His research interests are interdisciplinary and include space, bodies, radical ontologies, post-humanist studies, critical autopoiesis, literature, psychoanalysis, continental philosophy, gender studies, art theory, and their connection to the law. Andreas is also a practicing artist, working on photography, text and performance under the name of picpoet. His recent art publication is called afjord eating its way into my arm, published by AND publishers, London. His academic books include the monographs Absent Environments (2007), Niklas Luhmann: Law, Justice, Society (2009), Spatial Justice: Body Lawscape Atmosphere (2014), and the edited volumes Law and the City (2007), Law and Ecology (2011), Observing Luhmann: Radical Theoretical Encounters  (co-edited with Anders La Cour, 2013), and Knowledge-creating Milieus in Europe: Firms, Cities, Territories (co-edited with Augusto Cusinato, 2015). Andreas is the editor (with Christian Borch) of the Routledge Glasshouse series Space, Materiality and the Normative. He is currently preparing the Environmental Research Method Handbook (with Victoria Brooks, Elgar, 2016) and the Routledge Research Handbook on Law and Theory (2016), as well as completing a monograph on Material Justice (2017).


4) A mini-summary of the series in around 20 words (this is as it would appear in the library search)

Nancy’s Dies Irae, as well as the publication of mostly untranslated but major works by French philosophers, contributes to philosophical, juridical, political debates on themes such as evil, violence, measure, sacredness, sovereignty.


5) What’s this series about?

We propose a series of translations of works by French thinkers that have engaged with themes relevant for critical legal theory. We begin with the translation of Jean-Luc Nancy’s Dies Irae.

The type of questions addressed by this book and by the other titles that might be included in the book series are (among others): injustice, State and sovereignty, material normativity, the body and mind problems as it relates to law, law and the political. The system of contemporary institutions, power, norms and laws is also at the core of the works that we propose to translate, together with the questions of individual needs and desires and of their encounter with collective needs and desires.

Dies Irae has a clear central argument: it is impossible to imagine the realisation of an ideal of justice that corresponds to each one’s ideal of justice. Every subject has a different (or potentially different) ideal of justice that translates into an ideal of justice. This is the first limit of law: the impossible realisation of all the ideals of justice at the same time in the same system. Nancy analyses the limits of legal normativity starting from this problem. Moreover, a question addressed is: how can legal normativity be legitimised?

A nomos basileus only based on performativity and formal validity is insufficient: there are other forces that lie beyond juridical normativity and these forces are at the centre of the work of Nancy and of the other works that we intend to translate in this series. This allows to focus on the processes of inclusion and exclusion that characterise contemporary juridical systems: identity, hostility, self-representation are without a doubt important current issues in Europe and in the UK.

Specific points about J.L. Nancy’s text

Dies Irae is a transcription of a talk given by Nancy at the conference «Comment juger? À partir du travail de Jean-François Lyotard». It thus constitutes also a good introduction to the work of Lyotard that we suggest as a possible second title for a series on French philosophy and law. Nancy has often dealt with law and judgement, themes on which he wrote the following texts:
i.           Dies irae, [1985].
ii.       Lapsus judicii [1977], translated by James Williams and David Webb in «Pli», vol. 3, n°2, University of Warwick, 1991.
iii.      Guerre, droit, souveraineté – techné [1991], (4) Démesure humaine [1995] and (5) Cosmos Basileus [1998], in the nouvelle édition augmentée by Jean-Luc Nancy, Être singulier pluriel, Paris, Galilée, 2013 [1996], translated by Robert D. Richardson and Anne E. O'Byrne - Jean-Luc Nancy, Being Singular Plural, Stanford University Press, 2000: War, Right, Sovereignty - Technê, V. Human Excess and VI. Cosmos Basel Ius.
iv.    Dies illa. D’une fin à l’infini, ou de la creation [1999], translated by Ullrich Haase in «The Journal of the British Society of Phenomenology», vol. 32, n°3, October, Checkshire, Jackson Publishing, 2001.
v.        Préface à l’édition italienne de L’Impératif catégorique” [2005], translated by Benjamin C. Hutchens in Jean-Luc Nancy. Justice, Legality and World, edited by Benjamin C. Hutchens, London-New York, Continuum, 2012.

How has it been picked up in legal philosophy law and circles?

The text is quoted in
i.          Ignaas Devisch, Doing Justice to Existence: Jean-Luc Nancy and ‘The Size of Humanity’, in «Law and Critique», 22,· February 2011; Jean-Luc Nancy and the Question of Community, London- New York, Bloomsbury, 2013; Thinking Nancy's 'Political Philosophy', in Nancy and the Political, ed. by Sanja Dejanovic, Edinburgh, Edinburgh University Press Ltd, 2015;
ii.        Ignaas Devisch and Kathleen Vandeputte, Sense, Existence, and Justice; Or, How Are We To Live In A Secular World?, in Re-Treating Religion. Deconstructing Christianity With Jean-Luc Nancy. With a preamble and concluding dialogue by Jean-Luc Nancy, ed. by Alena Alexandrova, Ignaas Devisch, Laurens Ten Kate and Aukje Van Rooden, New York, Fordham University Press, 2012;
iii.     David Ingram, Reason, history, and politics : the communitarian grounds of legitimation in the modern age, State University of New York Press, Albany, 1995;
iv.    Ian James, The fragmentary demand an introduction to the philosophy of Jean-Luc Nancy, Stanford, Stanford University Press, 2006;
v.       Sami Santanen, Wickdness inscribed in freedom. Jean-Luc Nancy on evil, in Law and Evil: Philosophy, Politics, Psychoanalysis, ed. by Ari Hirvonen, Janne Porttikivi, Routledge-Cavendish, London, 2010;
vi.  Christopher Watkin, Difficult Atheism. Post-Theological Thinking in Alain Badiou,Jean-Luc Nancy and Quentin Meillassoux, Edinburgh, Edinburgh University Press Ltd, 2011;
vii.    Martta Heikkilä, Doing Justice to the Particular and Distinctive: The Laws of Art, Chapter 4 di Jean-Luc Nancy. Justice, Legality and World, ed. by Benjamin C. Hutchens, London SE1 7NX New York NY 10038, Continuum, 2012;
viii. Michel Lisse, Literary Creation, Creation ex Nihilo,  in Re-Treating Religion. Deconstructing Christianity, cit.;
ix.    Irving Goh, The Reject: Community, Politics, and Religion After the Subject, New York, Fordham University Press, 2015.

Why might it not have been translated before?

Being the transcription of a talk given at a conference, the text has been published in French in the La faculté de juger, Paris, Editions de Minuit, 1985. The copyright belongs to the Association Centre Culturel International di Cerisy-la-Salle and not to Editions de Minuit. This might be the reason why the text has not been translated into English: the published did not have the rights. We have the rights both from the Association Cerisy and from Nancy himself.

Are there any comparable works already in English or titles or material that in some way it can be compared to and will enter into a dialogue with?

There are many texts that could be related to Dies Irae: in particular the texts we quoted and that quote directly Nancy.


What audience might this title specifically be likely to have? 

Dies Irae can address scholars in philosophy, sociology, and legal anthropology. The text can address the audience that would usually read Nancy and authors like Derrida, Malabou, Lyotard, Deleuze, Cixous, Irigaray, Foucault, Lacan, Barthes, Baudrillard.


6) STRUCTURE OF THE SERIES

We propose the translation of a long essay by Nancy as a first step of the series, and we have  already planned translations by the editors of the first five books. Each book critically explores the relationship between law with evil, violence, measure and excess, sacredness and rituality, sovereignty. The conceptual structure and the content for each title are subject to a collective revision and review of the editorial board. For the purposes of delivering the issues and achieving high standard contributions, however, there is a responsible sub-editor that takes the role of a ‘main editor’ of each book, tasked also with the writing of a brief, contextualising introduction.


7) TITLES FOR THE BOOK SERIES

1.        (June 2018) Jean-Luc Nancy, Dies Irae (1985),  18124 words.
What does it mean to judge when there is no general and universal norm to define what is rights and what is wrong? Can laws be absent and is law always necessary?
       Responsible: Carlo Grassi

2.       (december 2018) Jean-François Lyotard,  Judicieux dans le différend, (1985) -- 16770 words.
Lyotard faces the faculty of judgement and connects it with jurisprudence. Kant describes a conflict among the different theories of knowledge. A productive conflict whose emergence is the origin of a renewal: it awakens the spirit and it leads it to think critically. It is not possible, nor desirable, to substitute the battle field with the court and to subordinate the individual interests to the general logic of argumentation, because the synthesis of the different voices might imply totalitarianism and the end of the différend might correspond to the beginning of terror.
       Responsible: Angela Condello

3.    (June 2019) Maurice Blanchot, La litterature et le droit à la mort (1947), 17987 words.
     Language has the power to decide on life and death: metaphors, and legal metaphors in particular, shape and inform our life. This metaphorical power dominates subjects and activates their relationship with life and reality.
Responsible: Andreas Philippopoulos-Mihalopoulos

4.     (december 2019) Pierre Klossowski, Le mal et la négation d'autrui dans l'œuvre de D.A.F. de Sade (1934),  10907 words; Pierre Klossowski, Qui est mon prochain 1938, 7105 words; Georges Bataille, Reflexions sur le bourreau et la victime (1942),  10145 words.
      By acting in the name of the State, law represents an ambivalent instrument that betrays and iterates the force and the violence on which the State is grounded.
       Responsible: Carlo Grassi

5.     (June 2020) Jean Carbonnier, L'hypothèse du non-droit (1963), 13054 words.
Legal scholars often claim that law is everywhere and that is influences every aspect of our life. This is a quite naive idea that is questioned by Carbonnier. The mistake is caused by the fact that because society is everywhere, we might be tempted to claim that law is also everywhere.
       Responsible: Angela Condello

6.   (december 2020) Florence Dupont, La scène juridique, 1977,  8689    words.
    Unlike in Athens, where tragedy is part of the social order, in Ancient Rome, those who perform in the theatre have no civil rights, and theatre spaces are dissociated from social, juridical and political institutions. Roman tragedy represents juridical institutions such as the confession in order to show aspects of it that otherwise would remain secret and obscure.
           ResponsibleAngela Condello

    7.    (June 2021) Nicole Loraux, La main d'Antigone, 17347 words.
       Both Dupont and Loraux are quoted by Lyotard, Nancy about judgement and these texts give interesting insights on the relationship between law and justice.
     Responsible: Carlo Grassi


8) FORMAT AND READERSHIP

The target readership are scholars in legal theory, political philosophy, and social sciences that engage with critical thinking.

We envisage the series to include small-format books between 50.000 and 100.000 characters each, each of which will be the translation of a work, contextualised by an introduction by the responsible of the publication.

The format of a small, portable book emulates some of the continental editions of such works, and aims at an audience that would be interested in testing their limits and knowledge through a book in the form of everyday companion.



9) Numbers of titles anticipated and delivery dates for final drafts

The series will be intimately connected to the Westminster Law & Theory Lab scientific activities. This will help the dissemination of the work since the Lab has an extensive network of fellows, subscribers and connections.

Importantly, the prospect of publishing this through an open access platform has a significant role not only because of its reach and accessibility, but also because it supports the trans-disciplinary nature of the contributions. More specifically, the online open access platform allows diverse contributions that are not only limited to text but also can include different mediums. Finally, the resources available online will impart to the actual paper-based book issues, inviting the readers to engage interactively with the materials presented and as such contribute to the scholarship experience of the series. 

  
10) MARKET, COMPETITION AND RELATED LITERATURE

Taking into consideration that the essential quality/attribute of the series comes from their interdisciplinary nature, both in terms of their multi-perspectival approach to the subject matter and contributors’ background, the book’s (and series’) audience is extensive and wide-ranging. It also contributes to the growing scholarship of the legal theory through innovative perspectives and methodologies.

The first title, as well as the other titles proposed, are of extreme relevance for legal theory and legal sociology. The aim of this project is to bring back titles that have disappeared from the academic debate and that (as it is the case with Nancy’s text) have never been translated into English or (as it is the case with Lyotard’s text) have been translated into English some time ago and are not widespread within legal theory, law and humanities and critical legal thinking global community.